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"La vera agricoltura spiegata agli economisti" di Carlo Petrini

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In una intervista sul ruolo e il potere spropositati di denaro, banche e tutto il sistema ad esse connesso, Eduardo Galeano, giornalista e scrittore uruguaiano, ha detto, sui migranti: queste persone chiedono di avere gli stessi diritti del denaro. Pensiamoci: il denaro è libero di andare dove vuole, nessuno lo ferma, nessuno gli chiede dove è stato, dove è nato, dove andrà. Tutti noi abbiamo meno diritti del denaro.

Mi è tornata in mente questa frase mentre leggevo il rapporto Inea (Istituto nazionale di economia agraria) 2011 sullo stato dell' agricoltura: una relazione di grande utilità e di estremo interesse. È una lettura che consiglio, perché offre dati importantie necessari. Ma non la consiglio a tutti. Perché se non si hanno potenti anticorpi si rischia di credere che quella sia l' agricoltura. Mentre l' agricoltura è molto di più e meglio di un rendiconto economico. I dati e i numeri ci servono ma occorre controbilanciarli con qualcosa di più... realistico. Mi pare di vedere illustri economisti sobbalzare: «Cosa c' è di più realistico dei calcoli, dei numeri, dei volumi, dei fatturati, degli ettari, delle unità occupate, dei redditi?». C' è la natura. Ovvero il sistema vivente che "ospita" le attività degli imprenditori agricoli. C' è la società. Ovvero il sistema vivente che con quegli imprenditori agricoli interagisce e del quale gli stessi imprenditori fanno parte. C' è il pianeta. Ovvero il sistema vivente che subisce le attività umane e ad esse reagisce. Allora proviamo a crearceli gli anticorpi, perché abbiamo un istituto di economia agraria, ma non abbiamo un istituto per la visione olistica in agricoltura: questa visione ognuno se la deve costruire da sé. Primo esercizio. Dice il rapporto Inea: «I risultati del 2010 mostrano che le economie sviluppate sono cresciute meno, fermandosi al 3%, ma i Paesi dell' area euro si fermano all' 1,7%. La ripresa, al contrario, è più forte nelle economie emergenti e nei paesi in via di sviluppo in cui ha toccato un incremento medio del 7,3%». Sembra che stiamo sbagliando qualcosa, vero? E invece non è così semplice. Le economie dei paesi emergenti crescono semplicemente perché possono farlo. Le nostre, cresciute (come ora fanno quelle) rapinando risorse comuni, si devono fermare perché non possono più far danno. Se l' unico sistema di raggiungimento del "benessere" è massacrare ciò che prima funzionava, è finita. Se invece si provasse a "star bene" recuperando i cocci e cercando di riassemblarli in un modo diverso, ripensando le regole e le parole, avremmo ampi margini di "miglioramento", che oltre a non calcolabili benefici creerebbero occupazione e denaro. Secondo esercizio. Si legge nel rapporto Inea, a proposito del censimento delle aziende agricole: «Risultano attive 1.630.420 (aziende) con una diminuzione numerica di oltre il 30% rispetto al 2000, cui si accompagna una riduzione più contenuta sia della Sau (Superficie agricola utilizzata) che della Sat (Superficie agricola totale). (...) Si è dimezzato il numero delle aziende molto piccole, con una Sau inferiore a 1 ha, anche se esse continuano a rappresentare una parte consistente dell' agricoltura italiana, con oltre il 30% di aziende (...) mentre aumentano quelle di dimensioni più grandi (oltre 20 ha) concentrate nel nord del Paese». La stessa cosa accade alle aziende zootecniche, a quelle di trasformazione fino alla distribuzione. Chiudonoi piccoli, cresconoi grandi. E a leggere i commenti di chi in questi giorni ha partecipato alle presentazioni del rapporto, l' agricoltura italiana dovrebbe andare in quella direzione: grandi aziende, grandi superfici, grandi volumi, esportazioni. Il piccolo non rende, chiude e fallisce. Nessuno si interroga, pare, su quanto poco si è fatto per incoraggiare e incentivare l' agricoltura di piccola scala, che per incisoè anche quella che può occuparsi dei territori, della qualità dei paesaggi e della vita delle persone, evitando la desertificazione anche sociale delle aree rurali. Non si leggono quei dati alla luce degli ultimi 50 anni di comunicazione di massa su cosa è buono e cosa è sano, su cosa è socialmente accettabile e cosa non lo è, su cosa è cultura e cosa non lo è. Non si ragiona sulle normative, sui modelli produttivi che le hanno ispirate, sui loro riferimenti culturali ed economici. (Diceva Otto von Bismark: «Le leggi sono come le salsicce. Meglio non vedere come vengono fatte»). Se lo facessimo ci accorgeremmo che la piccola agricoltura di qualità è stata, nel migliore dei casi, abbandonata a sé stessa. Nel peggiore è stata obbligata a comportarsi come se fosse agricoltura industriale, con danno economico, ambientale e alla qualità dei prodotti. Senza contare che non sempre ad una crescita dei volumi esportati è corrisposta una crescita del fatturato: pelati e pasta, due prodotti chiave del Made in Italy, hanno esportato fino al 10% in più (pelati), ma riducendo il valore complessivo delle vendite anche del 2%, sicché l' entusiasmo di chi pronostica le glorie agricole italiane nell' export lo vedo francamente mal riposto. Terzo esercizio. Mostra il rapporto Inea che il reddito agricolo per Ula (Unità lavorativa annuale) in Italia è andato calando costantemente dal 2000 ad oggi, mentre la media europea subisce variazioni maggiori e in questa fase sta crescendo. Fatto 100 il reddito del 2005, l' Italia è passata dal 120% del 2000 all' 80% del 2010, mentre la media europea era a 90% nel 2000 ed è andata a 115% nel 2010. «Fino alla fine degli anni Novanta- si legge - abbiamo sperimentato (...) una diminuzione più o meno costante dei prezzi degli input agricoli, più lenta di quella dei prezzi alla produzione, ma compensata dagli incrementi fatti registrare dalla produttività agricola. Oggi, al contrario, i prezzi degli input crescono in misura molto maggiore rispetto a quelli dei prodotti agricoli». In sostanza: prima produrre costava meno e se diminuivano i prezzi si compensava producendo di più. Ora produrre costa di più, mai prezzi scendonoe quindi diminuiscono i redditi. Qui i nostri anticorpi ci chiedono: perchéi prezzi dei prodotti agricoli continuano a scendere? Forse perché ci siamo dimenticati che produrre cibo di qualità, produce anche futuro, cultura, salute, turismo, benessere ambientale. Forse perché per troppo tempo le politiche hanno premiato le quantità senza considerare coloro che producevano in un modo diverso,e che erano spesso agricoltori di piccolae media scala. Dobbiamo smettere di pensare ai prodotti agricoli come a cose da vendere e dobbiamo iniziarea pensarli come elementi di un sistema vivente di cui anche noi facciamo parte; il loro valore va ricalcolato in termini molto più complessi di peso, volume o calibro. Forse, dicono i nostri anticorpi, è ora di smontare, dato per dato, questo rapporto Inea e rimontarlo insieme alle informazioni di tanti altri rapporti, che ci devono arrivare da tante altre fonti, istituzionali e non. Solo così, credo, avremo un' idea plausibile di quale sia lo stato della nostra agricoltura, e faremo in modo che i prodotti, come le persone, abbiamo gli stessi diritti, e la stessa attenzione, del denaro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA - CARLO PETRINI su REPUBBLICA del 5 AGOSTO 2011


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